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Comodi & felici

Comodi & felici

Tempo di lettura: 5 minuti

“Chiunque può essere comodo e felice. Non è mai successo niente di buono al mondo mentre eravamo comodi e felici. Nessuno ha mai raggiunto qualcosa di importante perché se ne stava comodo e felice”
– Alex Honnold

Alex Honnold, il 3 giugno 2017 scalava in solitaria e senza corde i 900 metri di El Capitan, parete rocciosa nel Parco Nazionale di Yosemite in California. Impresa raccontata tra l’altro in un bel documentario vincitore di una sfilza di premi fino alla consacrazione definitiva con l’Oscar.

E’ difficile, in questa era di maratone Netflix, socialità virtuale a 140 caratteri (e tre faccine), “avventurose” ricerche su Google e così via, anche solo osare un attacco frontale al culto universale dei “Comodi & Felici”.

La “comodificazione”, con tutte le licenze poetiche del caso, è un processo parecchio insidioso che fondamentalmente colpisce l’umanità subdolamente come qualcosa di fisico ma, e qui sta l’insidia maggiore, diventa ben presto e in maniera ben più grave un processo tutto mentale.

Ci si ritrova a sospirare davanti alla foto di un paesaggio su Instagram o peggio maturare opinioni su località o intere nazioni in 20 minuti di siparietto televisivo, mentre il mondo diventa sempre più piccolo ed il quotidiano sempre più claustrofobico.

E allora (ri)cominciamo da capo. Da quando non sapevamo niente e avevamo tutto da imparare, quando eravamo bambini ovvero in ordine sparso: corridori e centometristi, ciclisti a due, tre o più rotelle, piloti di qualsiasi cosa in grado di muoversi da un punto A a un imprecisato punto C (non necessariamente passando per B), scalatori di alberi, mobili, poltrone e qualsiasi altra struttura verticale che ci si parava davanti, artisti, disegnatori e illustratori delle più sfrenate correnti creative, dal filiformismo di mamme e papà stecco con teste a palloncino alle copie d’autore di cartoni animati e fumetti, artigiani dei lego o audaci architetti incuranti della fisica, scultori di sabbia, pongo, didò e qualsiasi altra cosa propriamente o impropriamente plasmabile cibo incluso, carponatori (a trazione integrale) da salotto, giardino, sabbia, sguazzatori di pozzanghere, nuotatori e tuffatori… La lista delle nostre predisposizioni naturali sarebbe ancora lunga.

Se eravamo così poco comodi, come mai eravamo così felici? Se siamo stati innegabilmente fantastici come piccoli adulti, come è successo che da grandi bambini siamo scivolati inesorabilmente verso una claustrofobica, plastica, pettinatissima e preordinata normalità?

Se gli imprevisti vi spaventano,
dovreste provare la routine allora.

La psicologia concorda sul fatto che una larga parte del nostro processo di crescita, che in un’ottica rovesciata altro non è che vivere crescendo, passa per l’adeguamento (al posto della scoperta) a strutture sociali e mentali dove quel che conviene, quel che è più facile e comodo diventa lo scopo ultimo da perseguire, dove la conquista della famosa “comfort zone” comincia presto ad assomigliare se non propriamente a una sconfitta, a una più o meno ufficiosa ritirata.

C’è di mezzo indubbiamente anche una trappola geneticamente codificata nel nostro DNA in questo atteggiamento mentale, riconducibile all’esasperazione dell’ innato istinto di sopravvivenza. La costante ricerca di riparo dalle avversità che ha felicemente traghettato i nostri relativamente fragili antenati dai pollici opponibili, dall’antro di una caverna direttamente al divano di casa e al sacchetto dei popcorn dell’uomo moderno. Dov’è stato il corto circuito?

In ogni caso eccoci nella nostra zona comoda. E felice. Quello stato mentale e fisico dove abbiamo o ci piace pensare che tutto è sotto controllo. Dove le cose rifuggono sistematicamente la casualità di ciò che capita, e si incanalano nel calcolo di quel che facciamo succedere, perché quello che arriva sul nostro cammino, o meglio che facciamo arrivare indipendentemente dall’esito, è già sui binari che abbiamo accuratamente e più o meno consciamente predisposto.

In realtà non c’è niente di male nella comodità e nella felicità. Nelle serata davanti ad un film. Nel messaggio elettronico a un amico per organizzare la serata, e così via. Il problema sta in come ci facciamo usare dalle comodità, come le cose che possediamo finiscono subdolamente per possederci, come a ben vedere ci inventiamo ogni volta delle cure per avere modo poi di ammalarci comodamente.

La comodità può essere anche scivolare in un sacco a pelo nel tramonto di mezzanotte di un fiordo norvegese, la felicità è anche nelle ginocchia sbucciate di un bambino che ha imparato ad andare in bicicletta, l’appagamento passa anche attraverso 140 battiti al minuto alla fine di un circuito fitness quando cuore, muscoli e sinapsi vi fanno presente che siete in quel corpo ancora vivo.

Uscite. Usciamo. Da tutto. Zone comode. Scatole mentali e fisiche. Schermi luminosi. Binari e strade asfaltate. Città piene di cartelli con scritto dove e quando andare e cosa comprare.

Apparteniamo più agli alberi di una foresta, tutti uguali eppure tutti diversi, piuttosto che alle automobili in coda ad un semaforo, tutte diverse ma in realtà tutte uguali.

C’è un vantaggio nell’avventurarsi fuori dalla propria comfort zone: quando sarai là fuori in un mondo più grande, saprai sempre anche come tornarci.

Ma il bello è che probabilmente neppure lo farai, perché quella sarà diventata la tua nuova comfort zone, dove tornerai certo, ma solo spingendoti un po’ più lontano.

La differenza è la stessa che passa tra crescere, e invecchiare.

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