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Bolivia: Al Campo Base del Monte Sajama

Viaggio in Bolivia Parte 2

Bolivia: Al Campo Base del Monte Sajama

Tempo di lettura: 7 minuti

Seconda parte del viaggio in Bolivia. Al ritorno nel nostro albergo-museo e prima di andare a cena, parlo con alcuni abitanti del posto per raccogliere informazioni sull’ascesa che ci aspetta. Alcuni di loro mi hanno consigliato di percorrere il sentiero che viene utilizzato dagli alpinisti e gli sherpa durante l’inverno, ma dopo aver analizzato la cartina, ho visto che questa opzione ci avrebbe costretti a seguire una noiosa strada bianca per circa 4 km prima di intercettare il tracciato. Decido invece di utilizzare il percorso che parte direttamente dal pueblo passando attraverso il bosco di Quewiña. Il percorso che inizialmente costruisco è un’andata e ritorno passando vicino al Monte Huisalla (5053 metri) che ci conduce prima al Campo Base del Monte Sajama e poi ci riporta al pueblo.

Nel frattempo, il sole si perde oltre la linea dell’orizzonte e cessano gradualmente le attività del paese. Dopo una stancante giornata di viaggio, finalmente ci mettiamo a preparare qualcosa da mangiare. La cucina non è grandissima, ma è dotata di tutto, addirittura, con nostro grande stupore c’è anche un ampio frigorifero di ultima generazione. Prepariamo un generoso piatto di pasta al pomodoro e come secondo uova freschissime, comprate nel piccolo spaccio alimentare del paese. Poco prima di iniziare a cucinare, sentiamo la porta d’ingresso aprirsi: sono gli alpinisti francesi di ritorno, che prontamente si dirigono affamati in cucina. Ci raccontano che hanno deciso di cambiare programma: non andranno al Campo Alto del Sajama, troppo sfavorevoli le condizioni meteo in questo periodo dell’anno. Hanno invece contattato una guida locale per tentare l’ascesa alla vetta del Vulcano Parinacota, ubicato esattamente lungo il confine tra Cile e Bolivia. Dal pueblo Sajama è facilmente individuabile perché completamente ricoperto da un ampio ghiacciaio e affiancato dal suo gemello, il Vulcano Pomerape. Entrambi superano i 6000 metri e distano dal pueblo circa 20 km in linea d’aria.

Ci sediamo a tavola nella sala da pranzo con lunghe tavolate di legno. Ricorda quasi l’atmosfera di un rifugio, non fosse che è quasi del tutto vuota. Quando l’altra coppia si ritira, decidiamo di sfruttare l’ampio spazio a nostra disposizione per ripassare il percorso di domani. Effettuare un’escursione di questo tipo richiede una buona preparazione, soprattutto per chi decide di affrontarla senza guida locale. Ci troviamo in un luogo sperduto nel selvaggio altopiano andino, e per questo è necessario pianificare perfettamente il percorso. Il problema che più mi ha lasciato perplesso è la difficoltà nel trovare una cartina dettagliata della zona: in questa parte della Bolivia, le carte risalgono a svariati anni fa, spesso di fattura francese e a dir poco introvabili. Ci siamo dovuti accontentare dell’unica cartina disponibile della zona, poco dettagliata e senza le isoipse ad indicare le altitudini e la morfologia del territorio. Fortunatamente prima di partire sono riuscito ad ottenere una carta vettoriale sul mio dispositivo GPS, che se da un lato è parzialmente più accurata, dall’altro è più difficile da consultare. Ripercorro mentalmente e sulla carta il percorso che ci aspetta considerando al contempo tutte le nostre opzioni di rientro.

Finalmente a letto, sembra passata un’eternità da quando siamo partiti da La Paz, ma in realtà sono trascorse solamente 14 ore e la stanchezza inizia a farsi sentire. Inoltre, come spesso capita prima di avventurarsi in una zona del tutto nuova, inizia a montare una leggera ansia, che attanaglia lo stomaco ma accende il cervello. Purtroppo, anche durante questa nottata gli effetti dell’alta quota si fanno sentire: ogni tanto mi sveglio agitato, con una sensazione di mancanza d’aria. Mi volto verso Cecilia, lei dorme serena. Orami vive in Bolivia da diversi mesi e si è pienamente acclimatata.

Gli effetti dell’altitudine, che si palesano all’improvviso, smorzando presto l’entusiasmo e la sicurezza di sé. Come un macigno che si posa sulle spalle, la progressione diventa sempre più difficile, nonostante l’allenamento.

 

La mattina ci svegliamo presto, facciamo una colazione adeguata e prima di varcare l’uscio del nostro rifugio, faccio un accurato controllo del nostro equipaggiamento e verifico che i dispositivi elettronici funzionino correttamente, GPS e telefono satellitare. Il cielo è quasi totalmente sgombro da nuvole e uno scintillante sole splende sopra le nostre teste, non potevamo augurarci un tempo migliore. Iniziamo a camminare e l’entusiasmo è palpabile: in base alla rozza cartina che ho avuto modo di consultare, ci aspetta un primo tratto con una salita graduale e dolce, passando attraverso un vasto canalone con ai lati le pendici delle affusolate montagne. In fondo, quasi come se facesse capoccella, l’ampio ghiacciaio del Monte Sajama ci indica la direzione, mentre il campo base, la nostra meta, è completamente nascosto da elevati promontori. La presenza umana svanisce quasi subito, come se non fosse mai esistita. Non ci sono sentieri, né tracce. La cartina non indica il percorso da seguire, solamente la posizione del campo base, e quindi ci prepariamo a un accurato studio della conformazione del terreno per scegliere come procedere. Per facilitare le cose, impostiamo l’azimut con il GPS.

Ci voltiamo spesso per fotografare mentalmente il paesaggio, per avere la prospettiva del ritorno ben stampata nella mente. Fortunatamente, mantenere l’orientamento è facilitato dai due vulcani gemelli (il Parinacota e Pomerape) che svettano verso ovest come due fari su un mare di sabbia. Il percorso, tecnicamente molto semplice, nasconde un’insidia: gli effetti dell’altitudine, che si palesano all’improvviso, smorzando presto l’entusiasmo e la sicurezza di sé. Come un macigno che si posa sulle spalle, la progressione diventa sempre più difficile, nonostante l’allenamento. Il cuore a tratti sembra impazzito, pompa sangue affamato d’aria, e per ridurre i battiti sono costretto a fermarmi. Cecilia regge molto meglio, sicuramente il suo acclimatamento è praticamente totale. Con una bustina in mano, inizio a masticare foglie di coca, formando con il tempo una grossa palla (bola) al lato della bocca.

Alla nostra sinistra svetta il Monte Huisalla, una gigantesca montagna di oltre 5000 metri a forma di panettone, totalmente sgombra da neve. Ci troviamo esattamente sul versante ovest del Monte Sajama quando ci rendiamo conto dell’inganno in cui ci ha tratto la poca affidabilità delle cartine utilizzate. Siamo a quota 4.857 metri, ma davanti a noi si apre, come un grande squarcio sulla terra, una vallata che scende ripida verso il basso in direzione nord. Per raggiungere il Campo Base, dovremmo attraversarla perdendo quota. Dall’alto intravediamo chiaramente nel fondovalle una traccia di sentiero abbastanza battuto che segue il percorso del Rio Aychuta, è chiaramente il percorso che utilizzano gli alpinisti normalmente per arrivare al Campo Base e che ci era stato suggerito dagli abitanti del pueblo. Dalle carte imprecise, non ci siamo resi conto dell’esistenza di questo displuvio. Scendere per la ripida vallata, per poi sulla via del ritorno risalire per ripercorrere i nostri passi, diventa improponibile con già la fatica che pesa sulle nostre spalle, acuita dall’altezza.

Proviamo a costeggiare lentamente lo strapiombo nella speranza di trovare un altro percorso, ma la parete di roccia che ci si apre davanti ci scoraggia quasi subito. Non ci resta quindi che scendere a valle perdendo quota, e rientrare attraverso l’altro sentiero, più dolce, modificando il percorso. Certo questo significa allungare in km la nostra escursione, ma è appena mezzogiorno e abbiamo ancora moltissima luce a disposizione.

Una volta sul nuovo sentiero, manca appena un km prima della nostra meta: superato l’ultimo avvallamento del terreno, il Monte Sajama ci si spalanca di fronte, maestoso, parzialmente velato di nubi nonostante il bel tempo. Schiacciato alle sue pendici, il Campo Base altro non è che un ampio spazio, visibilmente battuto, per consentire la sosta necessaria agli alpinisti per la fase di acclimatamento prima di salire verso la vetta. Incontriamo tre guide locali che ci salutano allegramente, sorridendo di fronte alla nostra evidente stanchezza, tre zaini enormi ai loro piedi. Stanno aspettando il rientro di un gruppo di alpinisti che aveva scelto di tentare la salita al campo alto.

Il ghiaccio della vetta è magnetico, mentre il vento costante spazza via i residui delle parole e sorrisi scambiati. Anche se è considerato un vulcano estinto, la roccia di origine lavica nera come la pece continua a brillare in mezzo ai colori tenui dell’altipiano andino, e le nubi che giocano sulla vetta sembrano a tratti mosse dal respiro della montagna stessa.

Una leggera vertigine mi riporta alla realtà. Il mio corpo inizia a dare segni di stanchezza, l’altitudine può giocare brutti scherzi: meglio rimetterci subito in cammino. A differenza dell’andata, il percorso adesso si snoda nel fondovalle su un sentiero ben battuto e reso soffice dalla vegetazione rigogliosa. A fianco, scorre un torrente d’acqua cristallina, mentre le alte pareti rocciose intorno a noi coprono il paesaggio e ci proteggono dal vento incessante. Il sole estivo pomeridiano che ci batte sulla nuca e i richiami di insetti e uccelli regalano al nostro cammino un’atmosfera quasi bucolica da rilassata passeggiata in montagna, e quasi non ci sembra di trovarci a oltre 4000m di altezza sull’altopiano.

Ma questa illusione non dura a lungo: quando sbuchiamo dalla vallata, ci ritroviamo di nuovo di fronte allo sterminato deserto andino. Per rientrare, ci attendono ancora 4 km su una strada bianca in mezzo alle rocce battute dal vento, proprio il percorso che volevamo evitare. La sabbia e la terra ci si infilano nei vestiti, tra i capelli e nei polmoni, mentre procediamo a fatica controvento.

Dopo un tempo che potrebbe essere stato un attimo o infinito, ci ritroviamo quasi a sbattere, accecati, contro le case più esterne del pueblo. Stremati, ci lasciamo cadere a terra sull’uscio del nostro rifugio-museo. Per abitudine, controllo i dati del nostro percorso: abbiamo camminato per 18 km con un dislivello di 800 metri, passando da 4200 a 5000 metri di quota. Ma metto subito da parte il GPS. Non ci sono numeri che possono descrivere questa escursione, non ci sono dati e cartine che possano raccontare e tracciare un percorso nell’anima di una terra ancora così selvaggia, di una natura non addomesticata dall’uomo che vibra dai più piccoli ciottoli del terreno fino al bianco bagliore della vetta.

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