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Kilian Jornet e il sentiero per l’Everest

Locandina del documentario Path to Everest

Kilian Jornet e il sentiero per l’Everest

Tempo di lettura: 4 minuti

L’Everest: il tetto del mondo, la Madre dell’Universo, il simbolo per eccellenza dell’alpinismo del ‘900. Innumerevoli atleti e avventurieri si sono confrontati con le sue nevi perenni, l’altitudine e la mancanza di ossigeno, le temperature estreme, i volubili e repentini cambiamenti di meteo, la zona della morte. Dopo la prima ascesa del 1953, si sono susseguite altre date, altri nomi che hanno scritto la propria storia sulle pendici bianche della montagna: l’ascesa più veloce, l’ascesa senza ossigeno, le ascese ripetute, il record di tempo di permanenza, e così via. Nella lista dei record legati al Monte Everest, Wikipedia elenca quasi un centinaio di diversi primati.

E con l’avvento delle nuove tecnologie, la preparazione, lo sforzo, l’esultazione e le tragedie vissute da chi mette in gioco tutto arrivano direttamente sulle nostre case, sbarcano sugli schermi grandi e piccoli, portano una folata di vento gelido a lambire i nostri piedi mentre stiamo comodamente seduti sul divano. Se da una parte questo permette di conoscere storie, scoprire paesaggi e partecipare ad avventure e spedizioni come mai prima, dall’altra, con il passare del tempo ha banalizzato e tolto una certa aura di mistero alle imprese alpinistiche, allargato invece di restringere la distanza con i protagonisti delle spedizioni, quasi-automi di cui si registra troppo spesso unicamente la prestazione invece che la cifra umana.

Path to Everest, l’ultimo documentario su Kílian Jornet, sfugge a questo meccanismo celebrativo e disumanizzante, per scendere nei lati più contraddittori e difficili da accettare, ma anche più umani, dell’atleta catalano. Kílian è l’archetipo dell’atleta soprannaturale che sembra provenire da un altro pianeta, dalle caratteristiche fisiologiche al numero di traguardi e titoli ottenuti in età giovanissima come skyrunner e scialpinista. Bambino prodigio, già camminava a dieci mesi e a tre anni saliva da solo per la Tossa Plana de Lles fino a 1000 m di altezza. Nel fatidico momento dell’ingresso in età adolescenziale, a 13 anni, è un ragazzo dalle energie incontrollabili e con difficoltà a integrarsi con i suoi coetanei, tanto da avere tendenze “estremamente autodistruttive”, così come raccontato dalla madre. Il documentario descrive una relazione con l’attività sportiva a lungo sofferta e irrisolta, che oscilla tra le altissime prestazioni, l’adrenalina, la passione per la competizione, le sfide e le vittorie da una parte, e dall’altra il difficile rapporto con la fama, l’ansia e lo stress di sentirsi preso a esempio e modello da altri, fino alla crisi e alla tristezza paradossalmente innescate dall’aver già nei vent’anni vinto tutte le corse a cui si era prefissato di partecipare ed esaurito i propri sogni.

Ed è da qui che nasce il progetto Summits of my life, che rappresenta il passaggio dai sogni da bambino, ormai compiuti, a nuovi obiettivi per il futuro. Nuove vette da salire e scendere nel tempo più breve possibile, con uno stile alpinistico, leggero, senza l’utilizzo di ossigeno supplementare, senza aiuti esterni, per stabilire nuovi record. Dal Monte Bianco all’Aconcagua, passando per l’Alaska, fino alla vetta massima, l’ambito Everest.

Eppure, ai record e alle prestazioni viene lasciato certamente meno spazio nel racconto del documentario quanto al percorso di maturazione dell’atleta, che passa attraverso la grave perdita, proprio durante la prima tappa del progetto, del compagno di cordata, lo scialpinista Stéphane Brosse, ma anche attraverso il rapporto con Emelie Forsberg, norvegese compagna di vita oltre che di numerose imprese e a sua volta atleta di primo livello e più volte campionessa del mondo, con la quale Kílian scopre per la prima volta la bellezza di scalare “montagne senza nome”, poco conosciute e che permettono un legame più profondo con la montagna e un’esperienza più intima e personale, lasciando da parte la prestazione.

Succedono grandi cose quando l’uomo e la montagna si incontrano, ma solamente se è un vero incontro. Se è un’attività sportiva, quello che succede sono solo numeri
R. Messner

All’ultima sfida del progetto, l’Everest, è dedicato l’ultimo terzo del film. Il progetto prevedeva che l’ascesa fosse realizzata in un’unica tirata per il versante nord, dal Campo Base Avanzato (6.400m) fino agli 8.848m della cima, senza l’ausilio di ossigeno. Il documentario racconta di come Kílian abbia realizzato l’impresa due volte nella stessa settimana, a distanza di cinque giorni, ma senza stabilire record di velocità: la prima volta in ben 26 ore, rallentato da problemi gastro-intestinali, e la seconda volta in 17, questa volta vittima del forte vento avverso (l’impresa è stata successivamente contestata per mancanza di prove che la validerebbero, ma in assenza di certezze si preferisce non esprimere un giudizio al riguardo in questo articolo).

Ciò che è certo, è che la narrativa stessa del documentario non porta alla celebrazione della prova, in qualsiasi caso ammirevole, quanto piuttosto si concentra sulle difficoltà incontrate, l’inaspettata sonnolenza e i forti dolori, le lunghe ore di attesa e preoccupazione di Emelie e dei compagni che lo hanno aspettato al campo base. La valutazione del rischio, l’importanza del saper rinunciare e tornare indietro, la capacità di prendere decisioni sagge nei momenti cruciali: sono queste le qualità che più di tutte si vuole trasmettere, anche sottolineando gli errori in questo senso compiuti da Kílian, la troppa avventatezza e sprezzo del pericolo, mai osannati. 

E alla fine, tra le incredibili riprese aeree di cime immacolate, le interviste in primo piano “a cuore aperto” e i video della action cam di Kílian stesso, il documentario lascia una riflessione di fondo: qual’è, se esiste, il giusto rapporto con la montagna? Una chiave di lettura il documentario stesso la prova a dare con le parole di Reinhold Messner, leggenda dell’Himalaya, che proprio nel momento in cui si racconta il periodo di maggior successo di Kílian, osserva: “Succedono grandi cose quando l’uomo e la montagna si incontrano, ma solamente se è un vero incontro. Se è un’attività sportiva, quello che succede sono solo numeri”.

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