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Jumbo Wild, nella valle dello Spirito del grizzly

Jumbo Wild, nella valle dello Spirito del grizzly

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E’ sulle solenni note di Requiem for a Glacier del compositore Paul Walde che si apre e si chiude Jumbo Wild, il documentario realizzato con il supporto di Patagonia sulla storia della comunità di Invermere, nella parte orientale della Columbia Britannica, Canada, che si è opposta a un progetto di sviluppo nell’area per la costruzione di un complesso sciistico.

La valle di Jumbo, o Qat’muk come viene chiamata dalla Prima Nazione Ktunaxa, popolo indigeno che da oltre 400 generazioni la abita, si trova nella parte centrale dei Monti Purcell, delimitati da entrambi i lati dal fiume Colombia. Paesaggi di una purezza e una vastità difficile da immaginare agli occhi di un europeo occidentale, abituato a valli e fianchi delle montagne segnati dall’intenso sfruttamento a partire dagli anni ‘60. Il fascino delle Alpi moltiplicato mille volte, nelle parole dell’architetto Oberti, ideatore del progetto per il resort. Per oltre 25 anni, il sogno di Oberti, incubo per altri, è riuscito nell’arduo compito di mettere insieme ambientalisti e cacciatori, campioni olimpici, proprietari di imprese locali e il popolo indigeno Ktunaxa, tutti opposti in maniera compatta allo sfruttamento di quel territorio che rappresenta per alcuni uno degli ultimi luoghi selvaggi per evadere dalla città e cercare un rapporto intimo con la montagna, per altri ancora un luogo sacro dove danza lo spirito del grizzly.

Il documentario raccoglie insieme tutte queste voci, creando un rapporto dialettico tra punti di vista derivanti da visioni del mondo diametralmente opposte, che proiettano i propri pregiudizi, ideologie, desideri sulla tela bianca della montagna, nelle parole dell’antropologo Wade Davis intervistato proprio all’inizio. Non si limita quindi a raccontare la tipica storia Davide-contro-Golia della comunità locale che si oppone all’investitore venuto da fuori per imporre la propria idea di sviluppo sul futuro di quel luogo, ma esplora tutte le diverse verità degli attori in gioco, compresa quella di Oberti, ricostruendo in qualche modo un dialogo che nella realtà non si è mai veramente svolto per l’arroccamento delle parti sulle proprie posizioni e il rifiuto del confronto (espresso, va detto, perlomeno nel documentario soprattutto dall’architetto, che si sottrae durante un’intervista in televisione alle domande incalzanti di un cacciatore).

Se per l’imprenditore italiano le montagne della valle di Jumbo sono una cattedrale dove si percepisce la forza della natura come davanti alle stelle e all’universo, e per questo motivo a sempre più persone dev’essere data la possibilità di farne esperienza attraverso il “resort montano definitivo del Nord America”, per chi si oppone questo territorio va preservato per le future generazioni, esercitando, nelle parole di Joe Pierre del popolo Ktunaxa, quella tipologia di “memoria” in cui ci si ricorda di chi ancora deve venire, concetto controintuitivo unicamente se si ha una concezione del tempo prettamente lineare, ma non per chi abita e difende quei luoghi fin dalla ritirata dei ghiacciai dell’ultima Era Glaciale.

Nella valle di Jumbo, nel pieno dell’inverno, quando gli orsi sul piano fisico sono in letargo, sul piano spirituale sono attivi (…) Qat’muk è un luogo sacro per il popolo Ktunaxa perché è qui che lo spirito del grizzly nasce ed è qui che va per morire, e nel frattempo è qui che danza. Quando noi danziamo, lo spirito del grizzly danza, possiamo comunicare, loro ascoltano le nostre preghiere, le nostre canzoni, accolgono le nostre richieste, danzano insieme a noi

La battaglia per la valle di Jumbo, o di Qat’muk, è stata vinta dalla comunità locale: il Certificato Ambientale rilasciato all’impresa costruttrice nel 2004 per la durata di dieci anni è definitivamente scaduto nel 2014, senza che il resort fosse effettivamente costruito, grazie all’opposizione costante portata avanti con la presenza sul territorio, ricerche e studi, e ricorsi legali. A inizio 2020, la Prima Nazione Ktunaxa ha ottenuto l’istituzione di una Riserva Indigena Protetta, che pone la parola fine a ogni progetto di sviluppo, preservando la valle di Jumbo e il territorio circostante per 700 km2 di estensione.

Eppure, alla fine del documentario, continuano a correre le note del Requiem di Walde: i do seguiti dai due la che aumentano di intensità e frequenza nella musica rappresentano nelle intenzioni del compositore il ritmo sempre più rapido dell’accumulo dell’anidride carbonica in atmosfera, canto del cigno globale per quel mondo delle nevi e dei ghiacci perenni e tutto ciò che vi rimane di sacro.

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