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Nives Meroi, i quindici Ottomila e la via della cura

Immagine di due alpinisti

Nives Meroi, i quindici Ottomila e la via della cura

Tempo di lettura: 4 minuti

Le quattordici cime più alte della Terra. E una quindicesima, la più alta di tutte: la malattia, “un dolore e una sofferenza sconosciuti con cui dobbiamo fare i conti, buio di un’attesa di cui non si conosce né esito né fine”. 

Non ti farò aspettare, di Nives Meroi, parla di alpinismo, quello profondo e interiore, lontano dal circo mediatico, che invece di rappresentare un mezzo per supportare le imprese degli alpinisti, ha reso questi stessi il mezzo per una rappresentazione e celebrazione sempre più legata alla prestazione, ai grandi nomi, alla competizione fine a sé stessa. Questa è la trappola all’origine della strana sensazione provata da Nives all’inizio del racconto, sull’Annapurna e poi di nuovo durante il primo tentativo sul Kangchendzonga, mentre cerca vetta dopo vetta di conquistare il titolo di prima donna al mondo ad aver scalato tutti gli Ottomila. Un riconoscimento non desiderato? Eppure, rappresenta anche una conquista in nome di tutte le donne alpiniste, strappando un baluardo rimasto unicamente al maschile e sfidando un mondo altamente maschilista e discriminatorio. 

In questo libro, Nives Meroi non fa sconti o cerca facili risposte: si interroga piuttosto sulla complessità di un rapporto personale con la montagna trascinato nella sfera pubblica, riconoscendosi una “mancata innocenza” nell’aver lasciato che accadesse. E si chiede se non avrebbe potuto esserci una via diversa per l’alpinismo femminile all’imitare gli uomini su un terreno da gioco da sempre loro accettando le stesse regole di competizione: un’alternativa al “soccombere o prevaricare” che detta legge sulle montagne, ma anche in molti altri ambiti della vita occidentale moderna.

Nel tempio della natura, i nostri antenati alzavano gli occhi al cielo a scrutare l’infinito e nell’eco del silenzio ascoltavano il respiro degli dèi. Loro ingrandivano la vita con lo stupore. Noi, figli del progresso, con le ali tarpate dal disincanto, veniamo qui attratti dal mito misurato in altezza.

L’incantesimo della competizione e della popolarità si spezza nel momento in cui Romano Benet, compagno di cordata e di vita, non riesce più ad andare avanti. La scelta istintiva, scontata e definitiva di Nives di non continuare da sola, e quindi di rinunciare a vincere la gara degli Ottomila ormai alle ultime battute, segna la presa di distanza dal vortice dello show business, la decisione di non voler stare alle regole di un mondo che trova incomprensibile questa risoluzione così naturale, di un pubblico in cerca del prossimo eroe-superuomo da idolatrare prima che qualcuno di ancora più prestante rubi il suo posto.

Gli anni successivi sono quelli del “quindicesimo Ottomila”, dell’assurdo della malattia che tradisce Romano, della riscoperta improvvisa dei limiti del proprio “essere corpo” in una maniera non conosciuta e familiare come la zona della morte in montagna, della sospensione e dell’accettazione dell’ignoto, ma anche della paziente ricucitura di fisico e spirito tappa dopo tappa insieme. E’ un tempo di cura disinteressata, dell’“essere tesi l’uno verso l’altro”, dell’impegno fatto di speranza del personale medico, e di quel “gesto sovversivo di aver scelto il dono come valore primo” del donatore di midollo che salverà Romano. 

Quel che troviamo nel vuoto invalicabile al culmine della Terra siamo soltanto noi stessi, impregnati da questa luce che si avvicina al segreto del mondo

Le due solitudini, di Nives e di Romano, potranno così nuovamente unirsi in coppia nel cammino verso la cima, in un rapporto di poche parole ma di salda certezza nel mettere ognuno al primo posto il bene dell’altro. Nell’ultima ascesa al Kangchendzonga, non è più la vetta, non è più il traguardo il protagonista: è un cammino allo stesso tempo saldamente ancorato passo dopo passo alla cruda asperità della montagna, dove i sensi sono acuiti e la vista spesso è sorpassata dall’udito che ascolta vento e corde che scricchiolano, l’olfatto che percepisce l’odore del freddo e il tatto che tasta la neve, ma anche profondamente spirituale, di ricongiungimento con la Terra, la Grande Madre delle leggende dei popoli nati ai piedi della montagna, la divinità femminile che si erge a custode delle anime e imperitura testimonianza di un tempo ciclico, di eterna rinascita. 

Questa diversità di modi di vivere e di interpretare il mondo, già contaminata dove la strada e l’asfalto hanno raggiunto i villaggi, il valore del prendersi cura degli altri e del mondo che condividiamo, “l’energia rivoluzionaria che nasce dall’alleanza tra gli esseri umani”: da qui possiamo ripartire per affrontare la crisi sanitaria, ecologica e sociale. Insieme.

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